Editoriale

03 Ott

2016

Vent’anni fa, Ken Saro Wiwa fu impiccato nel cortile della prigione di Port Harcourt assieme ad altri otto attivisti ogoni. Poeta, infaticabile attivista per i diritti umani, aveva deciso di lottare contro i soprusi che la Shell e il governo dittatoriale nigeriano stavano imponendo alla sua popolazione. Oggi in Nigeria nulla sembra cambiato.

La vicenda della rivolta pacifica del Myanmar – ancora tutta da scrivere – sembra abbia avuto un esito diverso. I militari, dopo aver governato in maniera autoritaria l’ex Birmania per sessant’anni, si sono arresi qualche giorno fa, al volere pacifico del popolo. Sembra un sogno, eppure il generale Min Aung Hlaing, numero uno dell’esercito birmano, ha promesso di “cooperare col nuovo governo” formato dalla leader democratica Aung San Suu Kyi.

Ah, la pace! Così fragile, così necessaria, così dolorosa, così bella, così carica di mistero.

Papa Francesco, con la sua rivoluzionaria enciclica Laudato si’, – immediatamente contrastata, troppo rapidamente archiviata – invita a sperare: «L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune […] l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente […] non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi».

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