Mafalda

Mafalda

«Quino è morto. Tutte le brave persone del Paese e del mondo lo piangeranno» ha twittato il suo editore Daniel Divinsky. Ricordiamo con alcune sue vignette
il disegnatore argentino Joaquín Salvador Lavado Tejón, in arte Quino

Il creatore di Mafalda ha fatto riflettere intere generazioni con le sue vignette.
Il primo libro completamente dedicato a lei in Italia appare nel 1969 col titolo “Mafalda la contestataria” e la prefazione di Umberto Eco.

‘Mafalda o del rifiuto’

(Prefazione di Umberto Eco)

Mafalda non è soltanto un nuovo personaggio del fumetto: è forse il personaggio degli anni settanta.Se si è usato, per definirlo, l’aggettivo di ‘contestataria’ non è per uniformarsi alla moda dell’anticonformismo a tutti i costi: Mafalda è veramente una eroina arrabbiata che rifiuta il mondo così com’è.
Per capire Mafalda è necessario stabilire un parallelo con l’altro grande personaggio alla cui influenza essa evidentemente non si sottrae: Charlie Brown. Charlie Brown è nordamericano. Mafalda è sudamericana ( il suo autore, Quino è argentino, e il personaggio appare da tempo sulla stampa argentina). Charlie Brown appartiene ad un Paese prospero, ad una Società opulenta a cui tenta disperatamente di integrarsi mendicando solidarietà e felicità: Mafalda appartiene ad un Paese denso di contrasti sociali, che tuttavia non chiederebbe di meglio che integrarla e renderla felice, salvo che Mafalda si rifiuta, respingendo ogni avance.
Charlie Brown vive in un suo universo infantile dal quale,rigorosamente, gli adulti sono esclusi (salvo che i bambini aspirano a comportarsi come adulti) ; Mafalda vive in una continua dialettica col mondo adulto, che non stima,non rispetta, avversa,umilia e respinge, rivendicando il suo diritto a rimanere una bambina, che non vuole gestire un universo adulterato dai genitori.
Charlie Brown ha letto evidentemente i revisionisti freudiani e va alla ricerca di una armonia perduta; Mafalda ha letto probabilmente ‘il Che’. In verità Mafalda ha le idee confuse in fatto di politica, non riesce a capire cosa succede nel Vietnam, non sa perché esistano i poveri, diffida dello Stato, non è preoccupata per la presenza dei cinesi.Una sola cosa sa con chiarezza: non è contenta.
Intorno a lei una piccola corte di personaggi ‘unidimensionali’ : Manolito, un chierichetto integrato di un capitalismo di quartiere, che sa con certezza che il valore primario,al mondo, è il denaro; Felipe, sognatore tranquillo; Susanita, beatamente ammalata di mammismo , torpida dei suoi sogni piccolo-borghesi. E poi i genitori di Mafalda, che già farebbero fatica ad accettare la routine quotidiana (ricorrendo al palliativo farmaceutico del ‘nervocalm’), sopraffatti per soprammercato dal tremendo destino che li ha voluti custodi della Contestataria…
L’Universo di Mafalda non è solo quello di un’America latina nelle sue zone metropolitane ed evolute; ma è in generale un Universo latino,per molti aspetti, e questo fa si che Mafalda ci appaia più comprensibile di tanti personaggi del fumetto statunitense, infine Mafalda è ‘un eroe del nostro tempo’ e non sembri questa una qualifica esagerata per il piccolo personaggio di carta e fumo che Quino ci propone. Nessuno ormai nega che il fumetto sia (quando raggiunge alti livelli di qualità) una spia di costume: e in Mafalda si riflettono le tendenze di una gioventù irrequieta,che qui assumono l’aspetto paradossale di un dissenso infantile, di un eczema psicologico da reazione ai mass media, di un’orticaria morale da logica dei blocchi,di un’asma intellettuale da fungo atomico.
Siccome i nostri figli si avviano a diventare – per nostra scelta – tante Mafalde, non sarà allora imprudente trattare Mafalda col rispetto che merita un personaggio reale.

Chi sono?

Poesia di Dietrich Bonhoeffer

Chi sono?
Mi dicono spesso che dalla mia cella esco sciolto, allegro e sicuro come un signore dal suo castello.
Chi sono?
Mi dicono spesso che coi miei sorveglianti parlo libero, amichevole e chiaro come fossi io a comandare.
Chi sono?
Mi dicono anche che i giorni della disgrazia sopporto indifferente, sorridente e fiero come uno abituato a vincere.
Sono veramente quello che gli altri dicono di me?
Oppure soltanto quello che io so di essere?
Inquieto, nostalgico, malato, come un uccello in gabbia, lottando per un soffio di vita come se qualcuno mi serrasse la gola, assetato di colori, di fiori, di voci d’uccelli, bramoso di buone parole, di calore umano, tremante di rabbia dinanzi all’arbitrio e all’ingiuria più meschina, roso dall’attesa di grandi cose, anelando impotente amici infinitamente lontani, stanco e vuoto per pregare, per pensare, per creare, esausto e disposto a prender congedo da tutto?
Chi sono?
Questo o quello?
Oggi son questo e domani un altro?
L’uno e l’altro contemporaneamente?
Un ipocrita dinanzi agli uomini e dinanzi a me stesso un disprezzabile, compassionevole rottame?
Oppure ciò che ancora c’è in me somiglia a un esercito sconfitto, che si ritira in disordine davanti a una vittoria già conquistata?
Chi sono?
L’interrogativo solitario si prende gioco di me.
Chiunque io sia, tu mi conosci, sono tuo, o Dio!

Il 9 aprile 1945 muore appeso nudo a un palo nel campo di concentramento di Flossenbürg il pastore evangelico tedesco Dietrich Bonhoeffer. Nato a Breslavia il 4 febbraio 1906, Bonhoeffer aveva ereditato dalla madre il bisogno spontaneo di venire in aiuto agli altri, assieme a una calma energica; dal padre aveva invece appreso una straordinaria preveggenza, la capacità di concentrarsi su qualunque soggetto, l’avversione per i luoghi comuni e una ferma adesione alla realtà, a tutto ciò che è umano. Il giovane Dietrich, ottenuta l’abilitazione teologica nel 1930, esercitò per alcuni anni il ministero di pastore, fino a quando, nel 1935, la Chiesa confessante, ovvero quella porzione di protestanti tedeschi non disposti a compromettere la loro fede con i dettami del regime nazista, lo invitò a guidare il seminario per giovani pastori. Egli partì allora alla volta di Finkenwalde, dove per alcuni anni condivise tutto con i suoi allievi. A Finkenwalde Bonhoeffer si convinse della profonda necessità che il cristiano ha di rimanere fedele alla terra, alla realtà in cui è chiamato a investire, da creatura responsabile, il dono della fede. Alla chiusura forzata del seminario, Bonhoeffer si trasferì in America, dove visse un tempo d’inquietudine, al termine del quale ruppe gli indugi e rientrò a Berlino, per unire alla fedeltà alla terra quella memoria personale e vissuta della croce, senza la quale non vi è vera vita cristiana. L’8 aprile 1945, domenica in Albis, dopo due anni di prigionia, si compiva il suo destino. Reo di cospirazione contro Hitler, Bonhoeffer veniva condannato per ordine del Führer in persona. «È la fine, per me l’inizio della vita», rispose a chi gli diceva addio, ormai consapevole del cammino pasquale a cui l’aveva condotto la grazia a caro prezzo offerta a ogni discepolo di Cristo. (biografia da Monasterodibose.it)

Matthias Grünewald, Resurrezione – Altare di Isenheim, 1512-16. Olio e tempera su tavola, Musée d’Unterlinden, Colmar, Alsazia (FR)

Perché una nuova versione della Passione secondo Matteo?

Se la Passione secondo Matteo di J.S. Bach è diventata l’opera forse più amata e celebrata fra le tante composte dal Kantor lo dobbiamo ad un altro musicista tedesco, Felix Mendelssohn (1809-1847) che riportò alla luce la musica di Johann Sebastian Bach, caduta in oblio e in particolare proprio la Passione secondo Matteo (mai più interpretata dalla morte di Bach), di cui diresse un’esecuzione nel 1829 e i cui effetti di riscoperta verso la musica bachiana durano tutt’oggi.

Ciò che conferisce un innegabile primato alla Mattheus-Passion è la sua evidenza espressiva, la piena corrispondenze fra testo e musica al punto che il linguaggio della Passione secondo Matteo è stato definito “teatrale“. Bach introduce nel racconto evangelico le pieghe emotive di un dramma barocco, dando evidenza rappresentativa ai gesti che la musica accompagna: la concitazione della folla, le lacrime dei fedeli, il pentimento di Pietro, il lutto di Giuseppe di Arimatea. In primo piano, appaiono i sentimenti umani contenuti nel racconto evangelico e che la musica mette al centro della scena facendone occasione di meditazione.

La Passione secondo Matteo è un’opera monumentale. È un monumento dell’arte sacra di Bach ma è anche monumentale per l’organico necessario per una sua messa in scena nella sua versione originale (due cori più un coro di voci bianche, due orchestre e quattro solisti), monumentale per la complessità della struttura e la durata (quasi 3 ore!). Per queste sue caratteristiche, la Passione secondo Matteo è un’opera alla quale si assiste con difficoltà ed inoltre, elemento di non poco conto, è cantata in tedesco e la lingua può essere un ostacolo significativo per potere apprezzare i contenuti dei testi poetici ed evangelici del libretto.

Per questi motivi si è sentita la necessità di elaborare un adattamento che permettesse un approccio alla Passione secondo Matteo di Bach che ne facesse gustare tutta la poeticità musicale e condividere la spiritualità e teologia contenuta.

Nell’adattamento che verrà eseguito il prossimo 6 marzo (Chiesa dei Santi Giorgio, Caterina ed Egidio, Sagrato Don Abbondio, 2 – Acquate di Lecco) vengono sacrificate alcune sezioni e l’organico è limitato ad un organista (con un buon organo) e a due bravi attori professionisti (Valerio Bongiorno e Laura Piazza) come voci recitanti, ma l’impianto generale è rispettoso dell’originale e i testi sono tutti tradotti in italiano.

In questo allestimento i testi sono recitati e non c’è il canto (ma le melodie, soprattutto quelle più celebri, sono eseguite dall’organo) con il risultato che questa Passione di Matteo “da” J.S. Bach mette in primo piano la “parola”: la Parola del Vangelo nel racconto della passione di Gesù e la parola dell’anima credente che riflette sul senso di questo racconto drammatico e, al tempo stesso, salvifico.

Rispettando esattamente lo schema originale integralmente, alla narrazione evangelica si intercalano i testi poetici dei corali e delle arie che sono altrettante meditazioni sui fatti raccontati. La musica di Bach svolge il ruolo di commento e tappeto sonoro alla parola recitata ed eleva la parola umana al suo livello superiore di preghiera e di esaltazione dei sentimenti espressi.

Attraverso una sottolineatura dell’elemento drammaturgico, questa Passione di Matteo sottrae l’opera ad una esecuzione puramente “concertistica” per restituirla al suo ruolo di “sacra rappresentazione”, rito e catechesi sulla Passione.

Per dettagli sulla rappresentazione della “Passione secondo Matteo da Bach” vedi la scheda in Spettacoli su questo sito.

La quotidiana psicomachia

Caterina Zaira Laskaris è la poetessa che ha scritto La quotidiana psicomachia. Caterina mi ha donato l’esemplare  numero 81/300 illustrato dall’artista pavese Angela Macelli: una sintonia creativa che trasporta dalla lettura alla contemplazione. Un libro ricchissimo di emozioni e riflessioni. Basta elencare i titoli dei sedici capitoli per comprenderne la portata visionaria: Ira, Superbia, Umiltà, Invidia, Accidia, Lussuria I, Lussuria II, Temperanza, Gola, Tristezza, Gioia, Avarizia, Paura, Rancore, Delusione, Speranza.

Per comprendere i testi di Caterina forse bisognerebbe fare riferimento alla prima e più influente allegoria medievale: la Psicomachia del poeta tardo-latino cristiano Aurelio Prudenzio Clemente, la prima di una lunga tradizione di lavori molto diversi tra loro. Ma, a onor del vero, la psicomachia (dal greco ψυχή anima e μαχή lotta) è in fondo semplice da capire, perché riguarda tutti gli esseri umani. È il quotidiano, così come lo conosciamo.

Angela ha creato per l’opera 17 monotipi stampati su carta e prodotti a tecnica mista utilizzando inchiostri grassi, chine e acquarelli stesi su lastre di vetro e di masonite. Ho scelto di trascrivere un capitolo del libro e l’ho corredato dell’immagine creata apposta per ampliare l’emozione della parola. Un piccolo assaggio del mondo di Caterina e della sua poetica.

Paura

La paura sta ferma

non trema come il resto del corpo

è qualcosa di più immobile

di un cubo di pietra

di una scheggia gigantesca

piantata nelle rocce.

 

Tace.

Pesa.

Sta.

 

Paura infinita

concentrata in un pinnacolo.

Poggia su di me.

E si appoggia al desiderio

come la cosa più naturale

è la pelle che ne avvolge il dorso

è l’ombra che si stende dietro.

 

Se il desiderio

tremolante nella luce

fosse un corpo

la paura

sarebbe la sua schiena.

Res creata

Silvia è una mia amica. Un giorno mi dice: “Ho fatto un documentario: l’ho scritto e in parte prodotto. Vieni alla prima?”. “Volentieri!”, rispondo io, straordinariamente incuriosito. Silvia è una che vive. Ama il mondo. Titolo del suo documentario: Res creata. Sottotitolo: Esseri umani e altri animali.

Mi presento puntuale presso il Teatro di Litta di Milano e senza fronzoli inizia il documentario di 80 minuti, con la malinconica sequenza di turisti in visita alla carcassa di una balena arenata sulla battigia. Vedi l’animale che, anche da morto, dà spettacolo, è considerato un problema, è disprezzato, è amato… e rimane drammaticamente e in ogni caso “altro da noi”.

Le montagne dell’Appennino tosco-emiliano dove vive il cantautore Giovanni Lindo Ferretti, portano lo spettatore dentro il tema. Il cantante e paroliere della band CCCP – Fedeli alla linea (e successive “incarnazioni”: CSI, PGR) ha scelto di vivere come i suoi antenati, allevando animali. Le sue montagne, i suoi animali, lo narrano. Ascolti le parole dell’umano ma la natura che lo circonda dice di più e meglio.

E poi vedi di tutto: un falco e il suo giovane amico; cavalli e acrobatici cavalieri nella Sardegna più remota; un giovane pastore di un’Italia terremotata che dedica la sua vita alla cura del gregge; un’elegante signora con le sue api e i suoi cani…

Il regista, Alessandro Cattaneo, dice: “Res Creata è il termine con cui in latino è indicato l’insieme unico e indistinto delle creature viventi. Partendo da due domande fondamentali – Perché gli umani hanno bisogno degli animali? Esseri umani e animali sono davvero così diversi? – ho voluto approfondire, attraverso le parole del filosofo Felice Cimatti, del cantautore Giovanni Lindo Ferretti, del poeta Franco Marcoaldi, ma anche dello zoomusicologo Dario Martinelli e dello psicanalista Daniele Ribola, e le storie di falconieri, cavalieri e pastori che hanno deciso di vivere la loro esistenza in comunione con gli animali e di aprire un discorso più ampio sull’ancestrale rapporto con essi, le sfumature di questa relazione in cui uomo e animale si trovano a essere attori compartecipi di un comune destino”.

La scrittura delicata di Silvia della Sala si sente. Il non detto si impone al detto, la vita non ha bisogno di essere giustificata da sofisticati ragionamenti. La vita esiste.

Il documentario “Res Creata” si è aggiudicato in ex aequo con “The Valley” di Nuno Escudeiro il Premio BNL Gruppo BNP Paribas Visioni dal Mondo, Giuria Giovani della quinta edizione del Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo, Immagini dalla Realtà che si è svolto a Milano dal 12 al 15 settembre. “Res Creata” è stato inoltre riconosciuto come il titolo maggiormente apprezzato dal pubblico che ha partecipato alla quinta edizione della manifestazione, tra i film documentari del concorso italiano “Storie dal mondo contemporaneo”.

Il documentario è stato premiato con la seguente motivazione:

“Per una regia immaginifica e consapevole e per aver scelto di trattare una tematica originale con uno sguardo personale e poetico, mostrando le innumerevoli sfaccettature del rapporto tra l’uomo e gli altri animali.”

Che succede signor parroco?

di Carlo Maria Paradiso

Ed eccola lì la mia prima storia romanzata: “Che succede signor parroco?”, un racconto leggero per riflettere in e su questi tempi così complessi.

In copertina c’è un gatto, Teo, l’unico personaggio reale della storia. Teo è diminutivo di Teodosio di Pečerska, conosciuto anche come Teodosio di Kiev, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa russa. Guarda caso Teo è un gatto siberiano…

In copertina, oltre a Teo, c’è un parroco che fa una rovesciata per colpire il pallone. L’omaggio è al calciatore Gigi Riva, l’attaccante più grande che il calcio italiano abbia mai avuto: sia per il suo gioco (e gol), sia per i valori che ha saputo rappresentare. Diceva Gianni Brera: “Un autentico eroe del nostro tempo: per me non è mai nato nel calcio italiano uno come Gigirriva da Leggiuno. L’ho soprannominato prima Re Brenno e poi, dubitando del nostro senso storico, sono sceso a una metafora più western come Rombo di tuono. Ha avuto fortuna almeno pari a quella di Toro Seduto”.

Naturalmente, è un racconto spirituale oltre che spiritoso. Al tempo stesso è un romanzo giallo, rosa, verde, azzurro, viola…, ma non nero. Nella storia puoi trovarci un po’ di tutto e anche se sembra un racconto surreale è ciò che succede ai nostri giorni: preti che devono ritrovare sé stessi, tornei di calcio, intrattenimento televisivo, politica degli slogan, animali e animalisti e tanta gente che non comprende che succede.

“Che succede signor parroco?” è un libro scritto con leggerezza. Che cos’è la leggerezza? Italo Calvino diceva (la citazione è tratta da Lezioni americane): “Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. […] La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”.

In quarta di copertina c’è una preghiera di San Basilio. Chi graziosamente deciderà di leggere il racconto comprenderà il perché:

“O Dio, accresci in noi il senso della fraternità con tutti gli esseri viventi, con i nostri piccoli fratelli, a cui Tu hai concesso di soggiornare con noi su questa terra. Facci comprendere che essi non vivono soltanto per noi, ma anche per se stessi e per Te; facci capire che essi amano, al pari nostro, la dolcezza della vita, e si sentono meglio al loro posto di quanto non ci sentiamo noi al nostro”.

Fratellanza umana

di Emma Vitali

Cattolici e islamici hanno dichiarato agli inizi di febbraio di quest’anno di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio.

Basterebbe da sola questa dichiarazione del documento Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune di Abu Dhabi per ringraziare Francesco per questi sei anni di pontificato.

“Il documento è stato preparato con grande riflessione e anche pregando. Sia da parte del Grande Imam con la sua equipe sia da me con la mia. Abbiamo pregato tanto per riuscire a fare questo documento, perché per me c’è un solo grande pericolo grande in questo momento: la distruzione, la guerra, l’odio tra noi”.

Ecco lo spirito di Francesco: prega, riflette, custodisce il creato. Ci aiuta a salvarci. Per radicare nella storia un Concilio ci vogliono 100 anni, siamo a metà strada: il Concilio Vaticano II porta ancora frutti, nonostante tutti gli auspici negativi di integralisti d’ogni provenienza. Come ha scritto Benedetto XVI, i documenti del Vaticano II che di fatto – pur nella loro brevità –  sono stati profiqui per la missione della Chiesa sono stati il Decreto Nostra Aetate sul rapporto tra la Chiesa e le altre religioni e il Decreto Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa.

La novità del testo è bene espressa dal teologo Piero Coda: “La novità è quella che San Paolo VI sintetizzava nell’enciclica programmatica del suo pontificato, l’Ecclesiam suam, scrivendo che la missione della Chiesa, oggi, prende il nome di dialogo. Perché aprirsi all’altro, scoprire i valori di cui vive, camminare insieme e cooperare per la giustizia e per la pace significa testimoniare la pienezza di verità e di vita che, come cristiani, contempliamo e riceviamo da Gesù. Questo implica vivere la propria identità – direbbe Papa Francesco – nel “coraggio dell’alterità”. È la soglia che oggi ci è chiesto di attraversare. Solo così la fedeltà a Dio, in Gesù, si fa storia nuova, costruzione di una civiltà dell’alleanza che abbraccia nella pace e nello scambio dei doni la ricchezza delle differenze”.

Ecco perciò l’inizio del Documento che Al-Azhar – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente – e la Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente – hanno domandato di far diventare oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi.

“In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace.

In nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera.

In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati che Dio ha comandato di soccorrere come un dovere richiesto a tutti gli uomini e in particolar modo a ogni uomo facoltoso e benestante.

In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna.

In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre.

In nome della»fratellanza umana «che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali.

In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini.

In nome della libertà, che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa.

In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede.

In nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra.

In nome di Dio e di tutto questo, Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”.

Abbi cura

Io del Festival di Sanremo attendevo le canzoni di due artisti: Daniele Silvestri e Simone Cristicchi.

La prima Argento vivo di Silvestri non mi è piaciuta neanche un po’. Più l’ascoltavo e più mi sembrava falsa. Daniele Silvestri non è più uno studente di 16anni con l’argento vivo addosso che vive la scuola come una prigione e dà colpa di questa condanna alla società che non gli ha dato possibilità di scelta sin dalla nascita. Daniele Silvestri per l’età che ha avrebbe potuto immedesimarsi meglio con chi combatte tutti i giorni contro l’usura della pazienza e dell’autostima: i bravi prof. Se veramente Silvestri volesse cambiare o anche solo denunciare il sistema scolastico – perché il problema è reale e attende da più di mezzo secolo risposte valide – dovrebbe partire dai valori, non dal tentativo di giustificazione di un comportamento carico di rabbia. Non tutti i ragazzi con disagi sociali hanno l’argento vivo addosso. Molti hanno solo brutte storie alle spalle. Una riforma del sistema scolastico deve ripartire da una riforma della società. Cosa non facile. In Giappone per quelli con l’argento vivo addosso si offre la possibilità di lavori manuali in attesa che giunga il tempo della curiosità, della lettura e dell’ascolto. Non ci si arrende, si cercano strade creative. Comunque, grande fiducia in Daniele Silvestri di cui in passato mi sono piaciute le avvolgenti armonie e l’acuta ironia.

La seconda Abbi cura di me di Cristicchi direi che è una canzone proprio godibile: sia testo, sia musica. Simone dice: “Nei versi della canzone, ricorre il tema millenario dell’accettazione, della fiducia, dell’abbandonarsi all’altro da sé, che sia esso un compagno, un padre, una madre, un figlio o Dio Nelle mie intenzioni, questo brano vuole essere una preghiera d’Amore universale, una dichiarazione di fragilità, una disarmante richiesta d’aiuto”.

Simone Cristicchi sta realizzando anche un documentario dal titolo “Happy Next – alla ricerca della felicità”. Raccontando la storia di diversi personaggi dello spettacolo e della cultura italiani – ma anche di gente comune – prova a rispondere alla domanda: che cos’è veramente la felicità?

Da sempre attivo come volontario in istituti di igiene mentale (vi ricordate la canzone Ti regalerò una rosa, con cui ha vinto il Festival nel 2007?) e nella difesa dei diritti umani (Genova brucia nel 2011 è stata premiata da Amnesty International Italia), in questo periodo si è avvicinato alla fede attraverso la spiritualità francescana. Ma a parte questo – perché non capisco mai quanto vi sia di sincero e quanto di costruito ad hoc dagli abili fabbricanti di spettacolo – la canzone ti arriva dritta al cuore. Perciò ecco il testo. Buon ascolto.

 

Abbi cura di me

Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare

Sono solo quattro accordi ed un pugno di parole

Più che perle di saggezza sono sassi di miniera

Che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera

Non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso

Anche in un chicco di grano si nasconde l’universo

Perché la natura è un libro di parole misteriose

Dove niente è più grande delle piccole cose

È il fiore tra l’asfalto lo spettacolo del firmamento

È l’orchestra delle foglie che vibrano al vento

È la legna che brucia che scalda e torna cenere

La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere

Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi

E non esiste un altro giorno che sia uguale a ieri

Tu allora vivilo adesso come se fosse l’ultimo

E dai valore ad ogni singolo attimo

 

Ti immagini se cominciassimo a volare

Tra le montagne e il mare

Dimmi dove vorresti andare

Abbracciami se avrò paura di cadere

Che siamo in equilibrio

Sulla parola insieme

Abbi cura di me

Abbi cura di me

 

Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro

Basta mettersi al fianco invece di stare al centro

L’amore è l’unica strada, è l’unico motore

È la scintilla divina che custodisci nel cuore

Tu non cercare la felicità semmai proteggila

È solo luce che brilla sull’altra faccia di una lacrima

È una manciata di semi che lasci alle spalle

Come crisalidi che diventeranno farfalle

Ognuno combatte la propria battaglia

Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia

Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso

Perché l’impresa più grande è perdonare se stesso

Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo

Anche se sarà pesante come sollevare il mondo

E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte

E ti basta solo un passo per andare oltre

 

Ti immagini se cominciassimo a volare

Tra le montagne e il mare

Dimmi dove vorresti andare

Abbracciami se avrai paura di cadere

Che nonostante tutto

Noi siamo ancora insieme

Abbi cura di me qualunque strada sceglierai, amore

Abbi cura di me

Abbi cura di me

Che tutto è così fragile

Un fragile fiore

di Emma Vitali

Nel Messaggio di papa Francesco per la celebrazione della Giornata mondiale della pace 2019, dal titolo La buona politica è al servizio della pace troviamo le parole per costruire un programma annuale. È facile lamentarsi. Tutti notano la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone –, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della “ragion di Stato”, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio. Ma non tutti si rimboccano le maniche e iniziano un percorso virtuoso.

Dice il Papa: “La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali”. Fiducia ci vuole. Altro che giustizialismo o sospetto reciproco. Fiducia. Un grande anticipo di fiducia per tutti. Per far rivivere le vite asfissiate dalla desolazione dei rapporti privi di nutrimento. Per dare luce e aria agli ambienti muffi e malsani. Fiducia.

Una grande forza d’animo non s’inventa all’improvviso; nasce da una perseverante vigilanza su di sé attraverso regole e piccoli passi. Per creare pace bisogna anzitutto essere in pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava San Francesco di Sales, esercitando “un po’ di dolcezza verso sé stessi”, per offrire “un po’ di dolcezza agli altri”. Allora si potrà essere in pace con l’altro e con il creato.

Il papa cita nel Messaggio le “beatitudini del politico”, proposte dal Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Vãn Thuận, che due giorni dopo essere stato nominato arcivescovo coadiutore di Saigon, fu arrestato dalla polizia. Trascorse tredici anni in prigione, di cui nove in isolamento. Non solo parole dunque, ma la sintesi di una vita.

“Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.

Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.

Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.

Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.

Beato il politico che realizza l’unità.

Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.

Beato il politico che sa ascoltare.

Beato il politico che non ha paura”.

Ricordiamo allora le parole di papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità».

Liberi di scegliere.

Non ci sono scuse.

Buon 2019

Fimmine

di Adele Di Giovanni

 

Se la gioventù le negherà il consenso,

anche l’onnipotente e misteriosa Mafia svanirà come un incubo.

(Paolo Borsellino)

In una società dove la presenza della criminalità organizzata su stampo mafioso è appurata e tangibile, è importante e doveroso continuare a porre l’accento su messaggi di sensibilizzazione e promuovere attività di memoria, perché solo la conoscenza degli errori del passato potrà far sì che questi ultimi non si ripetano in futuro.

Molti ignorano l’importanza della figura femminile all’interno della lotta antimafia. Come disse Nando dalla Chiesa, l’antimafia è donna.

Ecco il senso dello spettacolo “Fimmine”: è un riconoscimento doveroso ai tutte quelle donne che per amore hanno sfidato la mafia e che con il loro coraggio hanno lasciato qualcosa di concreto alla società.

In 45 minuti si incontrano quattro donne, quattro storie ispirate dagli scatti fotografici di Letizia Battaglia, fotoreporter e politica italiana.

Ecco allora Rita Atria, che fissa il telefono di casa, unica sua fonte di collegamento con il mondo esterno. Uno squillo, e notizia che non avrebbe mai voluto sentire… Paolo Borsellino è morto.

Con un flashback, Rita ripercorre tutte le tappe che l’hanno portata lì: la perdita del padre, il forte legame con lo zio, e l’incontro con l’unico uomo di cui si poteva fidare: Borsellino.

Rita Atria, è stata testimone di giustizia a soli 17 anni, si è opposta al patriarcato mafioso, ha raccontato fatti e nomi, anche di esponenti politici collusi, “consentendo una ricostruzione ancora più precisa e approfondita del fenomeno mafioso partannese (…) benché minorenne mostrava immediatamente agli inquirenti grande determinazione nel collaborare con la Giustizia (…)” (Procura della Repubblica di Marsala 4 marzo 1992, firmata da Paolo Borsellino e dal sostituto Procuratore della Repubblica Alessandra Camassa).

Ed ecco la storia di Lucia che deve affrontare le conseguenze di un cognome ingombrante: Borsellino. Diventa il simbolo del senso del dovere. Ma Lucia è già così, è nel suo DNA, tanto che a poche ore dalla morte del padre, sostiene un esame in Università, lasciando tutti senza parole.

E poi Rosaria Costa, che al funerale di suo marito inveisce contro quelli che avrebbero dovuto difenderlo e proteggerlo. Eppure, nonostante tutto, trova la forza di perdonare mentre pretende giustizia.

E Mia Martini che con la sua inconfondibile voce spedisce dalla terra al cielo canzoni cariche di dolore e rabbia.

Attraverso i ricordi di queste figure, nello spettacolo si ripercorrono i tratti di una Sicilia messa in ginocchio. Si rivivono con loro – donne vere – paure, angosce, rabbia e voglia di giustizia. Tutte combattenti, ma nessuna realmente vincitrice, perché vincere qualcosa che non pensavi nemmeno di dover combattere è davvero la sfida più grande.

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