La Bibbia nella selva

La Bibbia nella selva

Dante crea il suo poema attingendo ampiamente alla Bibbia, fonte della fede e dell’immaginario della sua epoca.

Due testi letterari fondamentali della civiltà occidentale che si illuminano a vicenda.

Leggiamo la Divina Commedia con l’aiuto di noti dantisti ed esperti del mondo biblico.

La Chiesa di Myanmar e il golpe. Per la libertà con il popolo

di Gerolamo Fazzini

Un gruppo di suore che sfilano ordinatamente insieme con sacerdoti e seminaristi, alzando cartelli inneggianti alla libertà e una scritta «Save Myanmar» che pare rivolta più a Dio che ai politici. Marco Tin Win, arcivescovo di Mandalay, seconda città del Myanmar, immortalato con le tre dita della mano alzate, simbolo delle proteste prodemocrazia. Laici davanti alla statua della Madonna, raccolti in un’implorazione comune per la sorte del loro Paese. Un drappello di religiose che, silenziosamente, partecipa a un sit-in davanti all’ambasciata cinese nell’ex capitale.

Il cardinale salesiano di Yangon, Charles Bo, che posta su Twitter le foto dei manifestanti. Sono alcuni dei fotogrammi che filtrano da un Paese pesantemente sottoposto alla censura, dopo che, il primo febbraio scorso, i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato che ha destituito Aung San Suu Kyi, vincitrice delle elezioni del novembre scorso e ora agli arresti. Immagini che raccontano, seppur per frammenti, la partecipazione convinta e compatta della Chiesa cattolica alla protesta popolare in atto. «Continueremo ad alimentare il Movimento di disobbedienza civile che migliaia di persone di buona volontà, di ogni cultura, classe sociale, etnia, religione, stanno portando avanti in tutto il Myanmar», ha scritto il direttore di una testata cattolica locale.

Storicamente associati all’immagine di una religione straniera, i cattolici del Myanmar, pur rappresentando una goccia (poco più dell’1%) in un Paese da lunghi secoli a prevalenza buddhista, stanno prendendo parte, a pieno titolo, al cammino del popolo che rivendica libertà, pace, democrazia. E non è esagerato dire che ciò segna una tappa del cammino di evangelizzazione della Chiesa in questo tormentato angolo di Asia.

Basterebbe ricordare che un docente cristiano di filosofia, nel periodo postindipendenza (1948) spiegava come i leader buddhisti fossero critici con i cristiani perché li vedevano poco disposti alla cooperazione nazionale. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Eppure, anche nel 2015, un sacerdote e studioso locale, a proposito del futuro della Chiesa nell’ex Birmania, scriveva: «Le persone dovrebbero vedere che i cristiani nutrono una sincera preoccupazione per il popolo del Myanmar e per la sua sorte».

Oggi tale auspicio si è fatto realtà. La cosa è ancor più significativa se si tiene conto del fatto che giovedì 18 febbraio per le strade della città più importante del Paese hanno sfilato migliaia di persone, appartenenti a 27 gruppi etnici del Paese. A detta dei più attenti osservatori, è forse la prima volta che questo popolo, storicamente frantumato in oltre 130 componenti etniche perennemente in contrasto fra loro, scende in piazza in modo così compatto. Non solo: l’armonia che sembra respirarsi in questi giorni tra i manifestanti risulta ancor più sorprendente alla luce del fatto che i cristiani provengono principalmente dalle minoranze etniche, storicamente in tensione con la componente più numerosa, ossia i birmani ( bamar).

È presto per dire come finirà. Riusciranno i militari – componente interetnica, che però hanno sfruttato economicamente e tiranneggiato la popolazione dal lontano 1962 al 2015 – a riportare indietro le lancette della storia? Le incognite che gravano sul futuro del Myanmar sono molteplici: che ruolo gioca Pechino, da sempre allineata con l’esercito? E in che direzione si muoverà la comunità internazionale?

Negli ultimi tempi aveva preso le distanze da Suu Kyi, premio Nobel per la pace, dopo la dura repressione della minoranza musulmana dei Rohingya; sta di fatto, però, che oggi in Myanmar persone di varie appartenenze religiose ed etniche continuano a stimarla e a considerarla come la sola speranza per uscire dal tunnel. Lasciamo ai politologi l’ardua sentenza. Qui preme ricordare che, come cattolici, abbiamo un dovere di solidarietà per quella terra e la gente che l’abita, come ripetutamente ci ha invitato a fare papa Francesco. Una solidarietà che non può non tradursi anche in preghiera per un popolo e una Chiesa tanto travagliati, che oggi attendono di voltare definitivamente pagina.

(Da Avvenire, sabato 20 febbraio 2021)

S. Natale 2020

Suor Simona Corrado, Madre Superiore delle Suore Missionarie dell’Immacolata Regina della Pace (Pianzoline).

 

 

 

 

Mafalda

«Quino è morto. Tutte le brave persone del Paese e del mondo lo piangeranno» ha twittato il suo editore Daniel Divinsky. Ricordiamo con alcune sue vignette
il disegnatore argentino Joaquín Salvador Lavado Tejón, in arte Quino

Il creatore di Mafalda ha fatto riflettere intere generazioni con le sue vignette.
Il primo libro completamente dedicato a lei in Italia appare nel 1969 col titolo “Mafalda la contestataria” e la prefazione di Umberto Eco.

‘Mafalda o del rifiuto’

(Prefazione di Umberto Eco)

Mafalda non è soltanto un nuovo personaggio del fumetto: è forse il personaggio degli anni settanta.Se si è usato, per definirlo, l’aggettivo di ‘contestataria’ non è per uniformarsi alla moda dell’anticonformismo a tutti i costi: Mafalda è veramente una eroina arrabbiata che rifiuta il mondo così com’è.
Per capire Mafalda è necessario stabilire un parallelo con l’altro grande personaggio alla cui influenza essa evidentemente non si sottrae: Charlie Brown. Charlie Brown è nordamericano. Mafalda è sudamericana ( il suo autore, Quino è argentino, e il personaggio appare da tempo sulla stampa argentina). Charlie Brown appartiene ad un Paese prospero, ad una Società opulenta a cui tenta disperatamente di integrarsi mendicando solidarietà e felicità: Mafalda appartiene ad un Paese denso di contrasti sociali, che tuttavia non chiederebbe di meglio che integrarla e renderla felice, salvo che Mafalda si rifiuta, respingendo ogni avance.
Charlie Brown vive in un suo universo infantile dal quale,rigorosamente, gli adulti sono esclusi (salvo che i bambini aspirano a comportarsi come adulti) ; Mafalda vive in una continua dialettica col mondo adulto, che non stima,non rispetta, avversa,umilia e respinge, rivendicando il suo diritto a rimanere una bambina, che non vuole gestire un universo adulterato dai genitori.
Charlie Brown ha letto evidentemente i revisionisti freudiani e va alla ricerca di una armonia perduta; Mafalda ha letto probabilmente ‘il Che’. In verità Mafalda ha le idee confuse in fatto di politica, non riesce a capire cosa succede nel Vietnam, non sa perché esistano i poveri, diffida dello Stato, non è preoccupata per la presenza dei cinesi.Una sola cosa sa con chiarezza: non è contenta.
Intorno a lei una piccola corte di personaggi ‘unidimensionali’ : Manolito, un chierichetto integrato di un capitalismo di quartiere, che sa con certezza che il valore primario,al mondo, è il denaro; Felipe, sognatore tranquillo; Susanita, beatamente ammalata di mammismo , torpida dei suoi sogni piccolo-borghesi. E poi i genitori di Mafalda, che già farebbero fatica ad accettare la routine quotidiana (ricorrendo al palliativo farmaceutico del ‘nervocalm’), sopraffatti per soprammercato dal tremendo destino che li ha voluti custodi della Contestataria…
L’Universo di Mafalda non è solo quello di un’America latina nelle sue zone metropolitane ed evolute; ma è in generale un Universo latino,per molti aspetti, e questo fa si che Mafalda ci appaia più comprensibile di tanti personaggi del fumetto statunitense, infine Mafalda è ‘un eroe del nostro tempo’ e non sembri questa una qualifica esagerata per il piccolo personaggio di carta e fumo che Quino ci propone. Nessuno ormai nega che il fumetto sia (quando raggiunge alti livelli di qualità) una spia di costume: e in Mafalda si riflettono le tendenze di una gioventù irrequieta,che qui assumono l’aspetto paradossale di un dissenso infantile, di un eczema psicologico da reazione ai mass media, di un’orticaria morale da logica dei blocchi,di un’asma intellettuale da fungo atomico.
Siccome i nostri figli si avviano a diventare – per nostra scelta – tante Mafalde, non sarà allora imprudente trattare Mafalda col rispetto che merita un personaggio reale.

Chi sono?

Poesia di Dietrich Bonhoeffer

Chi sono?
Mi dicono spesso che dalla mia cella esco sciolto, allegro e sicuro come un signore dal suo castello.
Chi sono?
Mi dicono spesso che coi miei sorveglianti parlo libero, amichevole e chiaro come fossi io a comandare.
Chi sono?
Mi dicono anche che i giorni della disgrazia sopporto indifferente, sorridente e fiero come uno abituato a vincere.
Sono veramente quello che gli altri dicono di me?
Oppure soltanto quello che io so di essere?
Inquieto, nostalgico, malato, come un uccello in gabbia, lottando per un soffio di vita come se qualcuno mi serrasse la gola, assetato di colori, di fiori, di voci d’uccelli, bramoso di buone parole, di calore umano, tremante di rabbia dinanzi all’arbitrio e all’ingiuria più meschina, roso dall’attesa di grandi cose, anelando impotente amici infinitamente lontani, stanco e vuoto per pregare, per pensare, per creare, esausto e disposto a prender congedo da tutto?
Chi sono?
Questo o quello?
Oggi son questo e domani un altro?
L’uno e l’altro contemporaneamente?
Un ipocrita dinanzi agli uomini e dinanzi a me stesso un disprezzabile, compassionevole rottame?
Oppure ciò che ancora c’è in me somiglia a un esercito sconfitto, che si ritira in disordine davanti a una vittoria già conquistata?
Chi sono?
L’interrogativo solitario si prende gioco di me.
Chiunque io sia, tu mi conosci, sono tuo, o Dio!

Il 9 aprile 1945 muore appeso nudo a un palo nel campo di concentramento di Flossenbürg il pastore evangelico tedesco Dietrich Bonhoeffer. Nato a Breslavia il 4 febbraio 1906, Bonhoeffer aveva ereditato dalla madre il bisogno spontaneo di venire in aiuto agli altri, assieme a una calma energica; dal padre aveva invece appreso una straordinaria preveggenza, la capacità di concentrarsi su qualunque soggetto, l’avversione per i luoghi comuni e una ferma adesione alla realtà, a tutto ciò che è umano. Il giovane Dietrich, ottenuta l’abilitazione teologica nel 1930, esercitò per alcuni anni il ministero di pastore, fino a quando, nel 1935, la Chiesa confessante, ovvero quella porzione di protestanti tedeschi non disposti a compromettere la loro fede con i dettami del regime nazista, lo invitò a guidare il seminario per giovani pastori. Egli partì allora alla volta di Finkenwalde, dove per alcuni anni condivise tutto con i suoi allievi. A Finkenwalde Bonhoeffer si convinse della profonda necessità che il cristiano ha di rimanere fedele alla terra, alla realtà in cui è chiamato a investire, da creatura responsabile, il dono della fede. Alla chiusura forzata del seminario, Bonhoeffer si trasferì in America, dove visse un tempo d’inquietudine, al termine del quale ruppe gli indugi e rientrò a Berlino, per unire alla fedeltà alla terra quella memoria personale e vissuta della croce, senza la quale non vi è vera vita cristiana. L’8 aprile 1945, domenica in Albis, dopo due anni di prigionia, si compiva il suo destino. Reo di cospirazione contro Hitler, Bonhoeffer veniva condannato per ordine del Führer in persona. «È la fine, per me l’inizio della vita», rispose a chi gli diceva addio, ormai consapevole del cammino pasquale a cui l’aveva condotto la grazia a caro prezzo offerta a ogni discepolo di Cristo. (biografia da Monasterodibose.it)

Matthias Grünewald, Resurrezione – Altare di Isenheim, 1512-16. Olio e tempera su tavola, Musée d’Unterlinden, Colmar, Alsazia (FR)

Perché una nuova versione della Passione secondo Matteo?

Se la Passione secondo Matteo di J.S. Bach è diventata l’opera forse più amata e celebrata fra le tante composte dal Kantor lo dobbiamo ad un altro musicista tedesco, Felix Mendelssohn (1809-1847) che riportò alla luce la musica di Johann Sebastian Bach, caduta in oblio e in particolare proprio la Passione secondo Matteo (mai più interpretata dalla morte di Bach), di cui diresse un’esecuzione nel 1829 e i cui effetti di riscoperta verso la musica bachiana durano tutt’oggi.

Ciò che conferisce un innegabile primato alla Mattheus-Passion è la sua evidenza espressiva, la piena corrispondenze fra testo e musica al punto che il linguaggio della Passione secondo Matteo è stato definito “teatrale“. Bach introduce nel racconto evangelico le pieghe emotive di un dramma barocco, dando evidenza rappresentativa ai gesti che la musica accompagna: la concitazione della folla, le lacrime dei fedeli, il pentimento di Pietro, il lutto di Giuseppe di Arimatea. In primo piano, appaiono i sentimenti umani contenuti nel racconto evangelico e che la musica mette al centro della scena facendone occasione di meditazione.

La Passione secondo Matteo è un’opera monumentale. È un monumento dell’arte sacra di Bach ma è anche monumentale per l’organico necessario per una sua messa in scena nella sua versione originale (due cori più un coro di voci bianche, due orchestre e quattro solisti), monumentale per la complessità della struttura e la durata (quasi 3 ore!). Per queste sue caratteristiche, la Passione secondo Matteo è un’opera alla quale si assiste con difficoltà ed inoltre, elemento di non poco conto, è cantata in tedesco e la lingua può essere un ostacolo significativo per potere apprezzare i contenuti dei testi poetici ed evangelici del libretto.

Per questi motivi si è sentita la necessità di elaborare un adattamento che permettesse un approccio alla Passione secondo Matteo di Bach che ne facesse gustare tutta la poeticità musicale e condividere la spiritualità e teologia contenuta.

Nell’adattamento che verrà eseguito il prossimo 6 marzo (Chiesa dei Santi Giorgio, Caterina ed Egidio, Sagrato Don Abbondio, 2 – Acquate di Lecco) vengono sacrificate alcune sezioni e l’organico è limitato ad un organista (con un buon organo) e a due bravi attori professionisti (Valerio Bongiorno e Laura Piazza) come voci recitanti, ma l’impianto generale è rispettoso dell’originale e i testi sono tutti tradotti in italiano.

In questo allestimento i testi sono recitati e non c’è il canto (ma le melodie, soprattutto quelle più celebri, sono eseguite dall’organo) con il risultato che questa Passione di Matteo “da” J.S. Bach mette in primo piano la “parola”: la Parola del Vangelo nel racconto della passione di Gesù e la parola dell’anima credente che riflette sul senso di questo racconto drammatico e, al tempo stesso, salvifico.

Rispettando esattamente lo schema originale integralmente, alla narrazione evangelica si intercalano i testi poetici dei corali e delle arie che sono altrettante meditazioni sui fatti raccontati. La musica di Bach svolge il ruolo di commento e tappeto sonoro alla parola recitata ed eleva la parola umana al suo livello superiore di preghiera e di esaltazione dei sentimenti espressi.

Attraverso una sottolineatura dell’elemento drammaturgico, questa Passione di Matteo sottrae l’opera ad una esecuzione puramente “concertistica” per restituirla al suo ruolo di “sacra rappresentazione”, rito e catechesi sulla Passione.

Per dettagli sulla rappresentazione della “Passione secondo Matteo da Bach” vedi la scheda in Spettacoli su questo sito.

La quotidiana psicomachia

Caterina Zaira Laskaris è la poetessa che ha scritto La quotidiana psicomachia. Caterina mi ha donato l’esemplare  numero 81/300 illustrato dall’artista pavese Angela Macelli: una sintonia creativa che trasporta dalla lettura alla contemplazione. Un libro ricchissimo di emozioni e riflessioni. Basta elencare i titoli dei sedici capitoli per comprenderne la portata visionaria: Ira, Superbia, Umiltà, Invidia, Accidia, Lussuria I, Lussuria II, Temperanza, Gola, Tristezza, Gioia, Avarizia, Paura, Rancore, Delusione, Speranza.

Per comprendere i testi di Caterina forse bisognerebbe fare riferimento alla prima e più influente allegoria medievale: la Psicomachia del poeta tardo-latino cristiano Aurelio Prudenzio Clemente, la prima di una lunga tradizione di lavori molto diversi tra loro. Ma, a onor del vero, la psicomachia (dal greco ψυχή anima e μαχή lotta) è in fondo semplice da capire, perché riguarda tutti gli esseri umani. È il quotidiano, così come lo conosciamo.

Angela ha creato per l’opera 17 monotipi stampati su carta e prodotti a tecnica mista utilizzando inchiostri grassi, chine e acquarelli stesi su lastre di vetro e di masonite. Ho scelto di trascrivere un capitolo del libro e l’ho corredato dell’immagine creata apposta per ampliare l’emozione della parola. Un piccolo assaggio del mondo di Caterina e della sua poetica.

Paura

La paura sta ferma

non trema come il resto del corpo

è qualcosa di più immobile

di un cubo di pietra

di una scheggia gigantesca

piantata nelle rocce.

 

Tace.

Pesa.

Sta.

 

Paura infinita

concentrata in un pinnacolo.

Poggia su di me.

E si appoggia al desiderio

come la cosa più naturale

è la pelle che ne avvolge il dorso

è l’ombra che si stende dietro.

 

Se il desiderio

tremolante nella luce

fosse un corpo

la paura

sarebbe la sua schiena.

Res creata

Silvia è una mia amica. Un giorno mi dice: “Ho fatto un documentario: l’ho scritto e in parte prodotto. Vieni alla prima?”. “Volentieri!”, rispondo io, straordinariamente incuriosito. Silvia è una che vive. Ama il mondo. Titolo del suo documentario: Res creata. Sottotitolo: Esseri umani e altri animali.

Mi presento puntuale presso il Teatro di Litta di Milano e senza fronzoli inizia il documentario di 80 minuti, con la malinconica sequenza di turisti in visita alla carcassa di una balena arenata sulla battigia. Vedi l’animale che, anche da morto, dà spettacolo, è considerato un problema, è disprezzato, è amato… e rimane drammaticamente e in ogni caso “altro da noi”.

Le montagne dell’Appennino tosco-emiliano dove vive il cantautore Giovanni Lindo Ferretti, portano lo spettatore dentro il tema. Il cantante e paroliere della band CCCP – Fedeli alla linea (e successive “incarnazioni”: CSI, PGR) ha scelto di vivere come i suoi antenati, allevando animali. Le sue montagne, i suoi animali, lo narrano. Ascolti le parole dell’umano ma la natura che lo circonda dice di più e meglio.

E poi vedi di tutto: un falco e il suo giovane amico; cavalli e acrobatici cavalieri nella Sardegna più remota; un giovane pastore di un’Italia terremotata che dedica la sua vita alla cura del gregge; un’elegante signora con le sue api e i suoi cani…

Il regista, Alessandro Cattaneo, dice: “Res Creata è il termine con cui in latino è indicato l’insieme unico e indistinto delle creature viventi. Partendo da due domande fondamentali – Perché gli umani hanno bisogno degli animali? Esseri umani e animali sono davvero così diversi? – ho voluto approfondire, attraverso le parole del filosofo Felice Cimatti, del cantautore Giovanni Lindo Ferretti, del poeta Franco Marcoaldi, ma anche dello zoomusicologo Dario Martinelli e dello psicanalista Daniele Ribola, e le storie di falconieri, cavalieri e pastori che hanno deciso di vivere la loro esistenza in comunione con gli animali e di aprire un discorso più ampio sull’ancestrale rapporto con essi, le sfumature di questa relazione in cui uomo e animale si trovano a essere attori compartecipi di un comune destino”.

La scrittura delicata di Silvia della Sala si sente. Il non detto si impone al detto, la vita non ha bisogno di essere giustificata da sofisticati ragionamenti. La vita esiste.

Il documentario “Res Creata” si è aggiudicato in ex aequo con “The Valley” di Nuno Escudeiro il Premio BNL Gruppo BNP Paribas Visioni dal Mondo, Giuria Giovani della quinta edizione del Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo, Immagini dalla Realtà che si è svolto a Milano dal 12 al 15 settembre. “Res Creata” è stato inoltre riconosciuto come il titolo maggiormente apprezzato dal pubblico che ha partecipato alla quinta edizione della manifestazione, tra i film documentari del concorso italiano “Storie dal mondo contemporaneo”.

Il documentario è stato premiato con la seguente motivazione:

“Per una regia immaginifica e consapevole e per aver scelto di trattare una tematica originale con uno sguardo personale e poetico, mostrando le innumerevoli sfaccettature del rapporto tra l’uomo e gli altri animali.”

Che succede signor parroco?

di Carlo Maria Paradiso

Ed eccola lì la mia prima storia romanzata: “Che succede signor parroco?”, un racconto leggero per riflettere in e su questi tempi così complessi.

In copertina c’è un gatto, Teo, l’unico personaggio reale della storia. Teo è diminutivo di Teodosio di Pečerska, conosciuto anche come Teodosio di Kiev, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa russa. Guarda caso Teo è un gatto siberiano…

In copertina, oltre a Teo, c’è un parroco che fa una rovesciata per colpire il pallone. L’omaggio è al calciatore Gigi Riva, l’attaccante più grande che il calcio italiano abbia mai avuto: sia per il suo gioco (e gol), sia per i valori che ha saputo rappresentare. Diceva Gianni Brera: “Un autentico eroe del nostro tempo: per me non è mai nato nel calcio italiano uno come Gigirriva da Leggiuno. L’ho soprannominato prima Re Brenno e poi, dubitando del nostro senso storico, sono sceso a una metafora più western come Rombo di tuono. Ha avuto fortuna almeno pari a quella di Toro Seduto”.

Naturalmente, è un racconto spirituale oltre che spiritoso. Al tempo stesso è un romanzo giallo, rosa, verde, azzurro, viola…, ma non nero. Nella storia puoi trovarci un po’ di tutto e anche se sembra un racconto surreale è ciò che succede ai nostri giorni: preti che devono ritrovare sé stessi, tornei di calcio, intrattenimento televisivo, politica degli slogan, animali e animalisti e tanta gente che non comprende che succede.

“Che succede signor parroco?” è un libro scritto con leggerezza. Che cos’è la leggerezza? Italo Calvino diceva (la citazione è tratta da Lezioni americane): “Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. […] La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”.

In quarta di copertina c’è una preghiera di San Basilio. Chi graziosamente deciderà di leggere il racconto comprenderà il perché:

“O Dio, accresci in noi il senso della fraternità con tutti gli esseri viventi, con i nostri piccoli fratelli, a cui Tu hai concesso di soggiornare con noi su questa terra. Facci comprendere che essi non vivono soltanto per noi, ma anche per se stessi e per Te; facci capire che essi amano, al pari nostro, la dolcezza della vita, e si sentono meglio al loro posto di quanto non ci sentiamo noi al nostro”.

Fratellanza umana

di Emma Vitali

Cattolici e islamici hanno dichiarato agli inizi di febbraio di quest’anno di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio.

Basterebbe da sola questa dichiarazione del documento Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune di Abu Dhabi per ringraziare Francesco per questi sei anni di pontificato.

“Il documento è stato preparato con grande riflessione e anche pregando. Sia da parte del Grande Imam con la sua equipe sia da me con la mia. Abbiamo pregato tanto per riuscire a fare questo documento, perché per me c’è un solo grande pericolo grande in questo momento: la distruzione, la guerra, l’odio tra noi”.

Ecco lo spirito di Francesco: prega, riflette, custodisce il creato. Ci aiuta a salvarci. Per radicare nella storia un Concilio ci vogliono 100 anni, siamo a metà strada: il Concilio Vaticano II porta ancora frutti, nonostante tutti gli auspici negativi di integralisti d’ogni provenienza. Come ha scritto Benedetto XVI, i documenti del Vaticano II che di fatto – pur nella loro brevità –  sono stati profiqui per la missione della Chiesa sono stati il Decreto Nostra Aetate sul rapporto tra la Chiesa e le altre religioni e il Decreto Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa.

La novità del testo è bene espressa dal teologo Piero Coda: “La novità è quella che San Paolo VI sintetizzava nell’enciclica programmatica del suo pontificato, l’Ecclesiam suam, scrivendo che la missione della Chiesa, oggi, prende il nome di dialogo. Perché aprirsi all’altro, scoprire i valori di cui vive, camminare insieme e cooperare per la giustizia e per la pace significa testimoniare la pienezza di verità e di vita che, come cristiani, contempliamo e riceviamo da Gesù. Questo implica vivere la propria identità – direbbe Papa Francesco – nel “coraggio dell’alterità”. È la soglia che oggi ci è chiesto di attraversare. Solo così la fedeltà a Dio, in Gesù, si fa storia nuova, costruzione di una civiltà dell’alleanza che abbraccia nella pace e nello scambio dei doni la ricchezza delle differenze”.

Ecco perciò l’inizio del Documento che Al-Azhar – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente – e la Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente – hanno domandato di far diventare oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi.

“In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace.

In nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera.

In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati che Dio ha comandato di soccorrere come un dovere richiesto a tutti gli uomini e in particolar modo a ogni uomo facoltoso e benestante.

In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna.

In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre.

In nome della»fratellanza umana «che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali.

In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini.

In nome della libertà, che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa.

In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede.

In nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra.

In nome di Dio e di tutto questo, Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”.

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