Editoriale a cura di

La Chiesa di Myanmar e il golpe. Per la libertà con il popolo

di Gerolamo Fazzini

Un gruppo di suore che sfilano ordinatamente insieme con sacerdoti e seminaristi, alzando cartelli inneggianti alla libertà e una scritta «Save Myanmar» che pare rivolta più a Dio che ai politici. Marco Tin Win, arcivescovo di Mandalay, seconda città del Myanmar, immortalato con le tre dita della mano alzate, simbolo delle proteste prodemocrazia. Laici davanti alla statua della Madonna, raccolti in un’implorazione comune per la sorte del loro Paese. Un drappello di religiose che, silenziosamente, partecipa a un sit-in davanti all’ambasciata cinese nell’ex capitale.

Il cardinale salesiano di Yangon, Charles Bo, che posta su Twitter le foto dei manifestanti. Sono alcuni dei fotogrammi che filtrano da un Paese pesantemente sottoposto alla censura, dopo che, il primo febbraio scorso, i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato che ha destituito Aung San Suu Kyi, vincitrice delle elezioni del novembre scorso e ora agli arresti. Immagini che raccontano, seppur per frammenti, la partecipazione convinta e compatta della Chiesa cattolica alla protesta popolare in atto. «Continueremo ad alimentare il Movimento di disobbedienza civile che migliaia di persone di buona volontà, di ogni cultura, classe sociale, etnia, religione, stanno portando avanti in tutto il Myanmar», ha scritto il direttore di una testata cattolica locale.

Storicamente associati all’immagine di una religione straniera, i cattolici del Myanmar, pur rappresentando una goccia (poco più dell’1%) in un Paese da lunghi secoli a prevalenza buddhista, stanno prendendo parte, a pieno titolo, al cammino del popolo che rivendica libertà, pace, democrazia. E non è esagerato dire che ciò segna una tappa del cammino di evangelizzazione della Chiesa in questo tormentato angolo di Asia.

Basterebbe ricordare che un docente cristiano di filosofia, nel periodo postindipendenza (1948) spiegava come i leader buddhisti fossero critici con i cristiani perché li vedevano poco disposti alla cooperazione nazionale. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Eppure, anche nel 2015, un sacerdote e studioso locale, a proposito del futuro della Chiesa nell’ex Birmania, scriveva: «Le persone dovrebbero vedere che i cristiani nutrono una sincera preoccupazione per il popolo del Myanmar e per la sua sorte».

Oggi tale auspicio si è fatto realtà. La cosa è ancor più significativa se si tiene conto del fatto che giovedì 18 febbraio per le strade della città più importante del Paese hanno sfilato migliaia di persone, appartenenti a 27 gruppi etnici del Paese. A detta dei più attenti osservatori, è forse la prima volta che questo popolo, storicamente frantumato in oltre 130 componenti etniche perennemente in contrasto fra loro, scende in piazza in modo così compatto. Non solo: l’armonia che sembra respirarsi in questi giorni tra i manifestanti risulta ancor più sorprendente alla luce del fatto che i cristiani provengono principalmente dalle minoranze etniche, storicamente in tensione con la componente più numerosa, ossia i birmani ( bamar).

È presto per dire come finirà. Riusciranno i militari – componente interetnica, che però hanno sfruttato economicamente e tiranneggiato la popolazione dal lontano 1962 al 2015 – a riportare indietro le lancette della storia? Le incognite che gravano sul futuro del Myanmar sono molteplici: che ruolo gioca Pechino, da sempre allineata con l’esercito? E in che direzione si muoverà la comunità internazionale?

Negli ultimi tempi aveva preso le distanze da Suu Kyi, premio Nobel per la pace, dopo la dura repressione della minoranza musulmana dei Rohingya; sta di fatto, però, che oggi in Myanmar persone di varie appartenenze religiose ed etniche continuano a stimarla e a considerarla come la sola speranza per uscire dal tunnel. Lasciamo ai politologi l’ardua sentenza. Qui preme ricordare che, come cattolici, abbiamo un dovere di solidarietà per quella terra e la gente che l’abita, come ripetutamente ci ha invitato a fare papa Francesco. Una solidarietà che non può non tradursi anche in preghiera per un popolo e una Chiesa tanto travagliati, che oggi attendono di voltare definitivamente pagina.

(Da Avvenire, sabato 20 febbraio 2021)

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