Creare memoria

23 Gen

2017

Creare memoria

In questi giorni di “memoria” ho accompagnato una 5ª superiore di un Istituto Professionale, indirizzo Sociale, a vedere uno spettacolo ispirato a Se questo è un uomo di Primo Levi. La messa in scena non era all’altezza: i dialoghi deboli, monotona la teatralizzazione, complessivamente noiosa l’atmosfera. Peccato, ma capita. I 300 alunni/e presenti si sono comportati meglio del previsto. La poca confusione in sala era dovuta però più al disinteresse che alla compostezza. Alcuni cellulari accesi, alcuni sorrisini dovuti ai discorsi fatti sottovoce lontani dal dramma che si stava rappresentando. Anche per colpa di una attesa disattesa. I commenti alla fine dello spettacolo, infatti, erano univoci e inequivocabili:

“Non ci siamo emozionati. Meglio alcuni film in cui si piange”.

Forse è il limite della Giornata della memoria. Oggi l’emozione ha preso il sopravvento sulla ragione e – oggi – è difficile emozionarsi per qualcosa. Ammiro la compagnia teatrale che – con le poche forze a disposizione – ha cercato di istruire, condividere una preoccupazione, allertare sui pericoli incombenti. Ma invece di un riassunto didattico avrei preferito un azzardo artistico: un’immagine da approfondire, da scavare, da contemplare. Un’immagine come quella della preghiera di Khun:

«A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato “scelto”. Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà al gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più? Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn» (da Primo Levi, Se questo è un uomo).

Levi dopo la sua mortale esperienza non credette più in Dio. Io, che credo in Dio e che non desidero mettermi al suo posto, Gli chiederei: «Perché, Dio. Perché non sputi a terra la preghiera di Kuhn? Che Dio sei? Chi sei, Dio?». E la risposta sarebbe lì da sentire, in quel silenzio assordante della sua Parola da tradurre per l’oggi, ridetta con nuovi linguaggi se si vuole raggiungere l’attuale generazione di giovani. Il linguaggio pubblicitario, Google, l’utilizzo delle App ha reso tutto più fruibile, più rapido, più esplicito. Allora ciò che è meno raggiungibile, più lento, più simbolico deve necessariamente reinventarsi in un linguaggio artistico che raggiunga le coscienze, la ragione e i sentimenti (che dovrebbero essere di fraternità) di una povera umanità. La sfida è aperta; gli artisti sono chiamati a riscrivere, a ridisegnare, a far risuonare le memorie dei sopravvissuti alla Shoah per aiutare la fragilità e la durezza di chi il male l’ha visto solo al cinema o letto solo nei libri proposti in classe. Per aiutare l’uomo a tornare uomo, non solo per considerarne la condizione disumana. «Considerate se questo è un uomo. Che lavora nel fango. Che non conosce pace. Che lotta per mezzo pane. Che muore per un sì o per un no».

PER APPROFONDIRE:

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