CETRA CHE GUARISCE

10 Mag

2017

CETRA CHE GUARISCE

Un dedalo di vialetti ben ordinati, segnaletiche ridondanti di nomi che incutono timore. Colori pastellati, linoleum liso e scale che sanno di fumo, dove si appostano gli irriducibili della nicotina. Un ospedale come tanti, fatto di ascensori anonimi, poltroncine allineate, infermiere indaffarate. Pediatria. Settimo piano. Giochi e caramelle dappertutto, dipinti sui muri sgargianti di arcobaleni che si rincorrono. La porta d’ingresso è sorvegliata come in ogni vero reparto che si rispetti. Mi fanno cenno di avanzare e io entro in questo antro di Peter Pan che molto poco assomiglia ad un ospedale. L’imbarazzo che coglie ogni adulto che visita un reparto di oncologia pediatrica è un misto imponderabile di divertito stupore e terror panico. Al pensiero che l’innocenza sia violata dalla malattia, che la sofferenza aleggi dove dovrebbe solo abitare il gioco. Sono qui per intervistare un dottore che ha fatto della felicità di questi bimbi la sua ragione di vita.

Di che cosa hanno bisogno gli ospiti del suo reparto?

Direi anzitutto di attenzione e rispetto. Attenzione, che è diversa da amore, ma non lo prescinde. E rispetto, del loro essere bambini, con i loro tempi di maturazione, i loro umori, le loro aspirazioni. Vivono qui un momento delicato della loro vita, molto spesso traumatico, lacerante. L’incontro con il limite, la malattia, l’esperienza dello “scacco”. E’ dura per noi adulti, figurarsi per loro! Eppure sanno trovare, non so ancora dove, una capacità di reazione e di riscatto alla malattia che li accerchia. Noi adulti spesso disperiamo della guarigione, loro quasi mai.

E la Cetra come entra in questo sforzo di guarigione?

Ho cominciato qualche anno fa, quasi per gioco. D’altronde qui l’aspetto ludico ha un ruolo terapeutico decisivo. Ho iniziato a portare in reparto la piccola cetra che mi era stata regalata da amici. Non avevo alcuna competenza musicale, se non quella sepolta dei miei anni di scuola media. Ma il semplice tocco di quelle poche corde ha risvegliato in alcuni dei miei ospiti (non li chiamo mai pazienti) inedite energie di – ecco, non saprei dire – riscatto. Soprattutto i casi più seri e difficili hanno mostrato di trovare nella sonorità della Cetra un’àncora alla quale aggrapparsi.

Quali sono gli ambiti di intervento?

Sicuramente quelli offerti dalle più recenti teorie della musicoterapia. Noi qui usiamo la cetra per curare i bambini autistici, i non vedenti, i gravemente prematuri.
Recentemente stiamo sperimentando nuovi percorsi anche con coloro che hanno problemi di apprendimento e disturbi del linguaggio. In questi casi, però, sono i bambini stessi a prendere in mano lo strumento e ad essere guidati passo passo alla scoperta delle sue straordinarie sonorità. Per fare questo ho dovuto frequentare dei corsi per apprendere a suonare in maniera meno rudimentale lo strumento; ad essi ho affiancato la frequenza a convegni e seminari di studio specifici in ambito clinico. I frutti verranno, ma certo vedere disegnate cetre alle pareti di un ospedale è già un bel risultato!

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